Categoria: Animali

Una gigantesca tarantola blu su Marte: cosa si nasconde dietro a questo incredibile scatto

Una gigantesca tarantola blu su Marte: cosa si nasconde dietro a questo incredibile scatto
in foto: Credit: ESA / Roscosmos / CaSSIS, CC BY–SA 3.0 IGO

L’Agenzia Spaziale Europea (ESA) ha diffuso nuove, straordinarie immagini catturate su Marte, tra le quali spiccano il “ritratto” del lander inSight della NASA e quella che sembra essere una gigantesca tarantola blu, la traccia in falsi colori lasciata dal passaggio di centinaia – se non migliaia – diavoli di polvere, minuscoli tornado marziani. Gli scatti sono stati catturati dallo strumento CaSSIS (Colour and Stereo Surface Imaging System) installato a bordo della sonda ExoMars Trace Gas Orbiter (TGO) della missione ExoMars, cui faceva parte anche lo sfortunato lander Schiapparelli. L’eccezionale fotocamera del TGO permette non solo di scattare classiche fotografie in 2D, ma anche splendidi scorci 3D in altissima risoluzione.

Credit: ESA / Roscosmos / CaSSIS, CC BY–SA 3.0 IGOin foto: Credit: ESA / Roscosmos / CaSSIS, CC BY–SA 3.0 IGO

Un ragno su Marte. Tra le immagini diffuse dall’ESA, la più suggestiva è indubbiamente quella che ritrae la colossale tarantola blu. Come indicato, si tratta delle tracce dei diavoli di polvere (o diavoli di sabbia) che hanno attraversato la regione di Marte chiamata Terra Sabaea, sita a ovest della Augakuh Vallis. L’immagine composita mette in risalto gli effetti di questo diffuso fenomeno marziano, immortalato con dovizia di particolari dalle telecamere del rover Curiosity. Gli scienziati planetari non sanno come mai i diavoli di polvere originino prevalentemente sulle creste marziane, sebbene ipotizzino che possa dipendere dallo spostamento di masse d’aria ricche di anidride carbonica.

Credit: ESA / Roscosmos / CaSSIS, CC BY–SA 3.0 IGOin foto: Credit: ESA / Roscosmos / CaSSIS, CC BY–SA 3.0 IGO

Un saluto a InSight. Per la prima volta nella storia dell’Agenzia Spaziale Europea, un orbiter è riuscito a fotografare un lander sulla superficie del Pianeta Rosso. CaSSIS ha infatti fotografato il lander InSight della NASA, giunto su Marte a novembre dello scorso anno per compiere importantissimi studi sull’attività sismica e sulla composizione interna del pianeta. L’occhio del TGO non solo ha immortalato InSight, visibile come un puntino nella zona centrale dell’immagine qui in alto, ma anche le tracce scure lasciate dai suoi postbruciatori durante l’“ammartaggio”, il paracadute e i fondamentali scudi termici che lo hanno protetto durante la delicatissima manovra. TGO e InSight sono compagni di squadra poiché l’orbiter dell’ESA-Roscomos trasmette sulla Terra i dati raccolti dal lander.

Credit: ESA / Roscosmos / CaSSIS, CC BY–SA 3.0 IGOin foto: Credit: ESA / Roscosmos / CaSSIS, CC BY–SA 3.0 IGO

Meraviglie marziane. Un altro scatto straordinario catturato da CaSSIS è quello che ritrae un cratere con un diametro di un chilometro all’interno del gigantesco Columbus, un altro cratere che si estende per ben 100 chilometri. Al di sotto di esso si può osservare un’area ricchissima di materiali idratati.

Fonte: Una gigantesca tarantola blu su Marte: cosa si nasconde dietro a questo incredibile scatto

Frattura in Antartide, iceberg grande due volte New York a rischio distacco: le conseguenze

Frattura in Antartide, iceberg grande due volte New York a rischio distacco: le conseguenze

C’è un iceberg grande due volte New York che si sta staccando in Antartide, il rischio è stato annunciato dalla NASA che, attraverso le immagini da satellite ci mostra cosa sta accadendo da ormai 35 anni anni e ci spiega quali siano le potenziali conseguenze di un distacco.

La piattaforma di ghiaccio Brunt. Un’enorme frattura nella piattaforma di ghiaccio Brunt, in Antartide, potrebbe portare al distacco di un iceberg con un’area di 1700 km/q, pari a due volte New York. Non è chiaro come la restante parte della piattaforma di ghiaccio potrà rispondere all’eventuale rottura, quindi non sappiamo quale sarà il futuro delle infrastrutture scientifiche e delle persone lì presenti dal 1955. La frattura è ben visibile osservando le immagini del 1986, le prime ottenute, e quelle del 2019.

La frattura ‘Halloween’. Gli esperti della NASA spiegano che la frattura ‘Halloween’, apparsa per la prima volta nell’ottobre 2016, sta continuando a crescere verso est, nell’area conosciuta come ghiacciaio McDonald. La frattura è data dal modo in cui il ghiaccio scorre su una formazione sottomarina, dove la roccia fresca sale abbastanza in superficie da raggiungere la parte inferiore della piattaforma. Questa formazione rocciosa impedisce il flusso del ghiaccio e provoca onde di pressione, crepe e spaccature in superficie.

Frattura nel 1986in foto: Frattura nel 1986

Gli ultimi 35 anni. La frattura più visibile è stabile da 35 anni, ma ultimamente ha iniziato ad espandersi ad una velocità pari a 35 chilometri all’anno. La completa frattura porterebbe al distacco di un iceberg di 1700 km/q, una dimensione che non è tra le più grandi in Antartide, forse neanche nelle prime 20, ma potrebbe essere la più grande per quanto riguarda la piattaforma di ghiaccio Brunt dal 1915. Ovviamente gli scienziati stanno osservando il fenomeno per capire quali potranno essere le conseguenze.

Frattura nel 2019in foto: Frattura nel 2019

I rischi. I potenziali rischi maggiori riguardano le persone che lavorano su questa piattaforma dove si trova una base per studi riguardanti la Terra, l’atmosfera e le scienze legate allo spazio, chiusa già due volte in questi ultimi anni proprio a causa dei cambiamenti imprevedibili del ghiaccio. “La probabile futura perdita del ghiaccio dall’altra parte della frattura di Halloween suggerisce una maggior instabilità con potenziali rischi per la base permanente Halley”, concludono dalla NASA.

Fonte: Frattura in Antartide, iceberg grande due volte New York a rischio distacco: le conseguenze

Questo bellissimo uccello è metà maschio e metà femmina: cos’è il ginandromorfismo bilaterale

Questo bellissimo uccello è metà maschio e metà femmina: cos’è il ginandromorfismo bilaterale
in foto: Credit: Shirley Caldwell

Un incredibile esemplare metà maschio e metà femmina di cardinale rosso (Cardinalis cardinalis) è stato fotografato in Pennsylvania (Stati Uniti) da una coppia di appassionati di birdwatching, Shirley Caldwell e suo marito Jeffrey. Il loro amore sconfinato per gli uccelli li ha spinti a piazzare diverse mangiatoie nel giardino di casa, ed è stata proprio una di queste ad aver attirato alla fine di gennaio il magnifico passeriforme, un uccello conosciuto anche col nome di “cardinale della Virginia”, caratterizzato da uno spiccato dimorfismo sessuale.

Maschio di cardinale rosso. Credit: DickDanielsin foto: Maschio di cardinale rosso. Credit: DickDaniels

Il maschio, infatti, è tipicamente di un colore rosso acceso, mentre la femmina ha una colorazione grigio-brunastra con tonalità dal giallognolo al rosato, ed è molto meno appariscente. Quello fotografato ad Erie dai Caldwell si presenta con una colorazione perfettamente a metà strada tra quella del maschio e della femmina, ma perché è così?

Cos’è il ginandromorfismo bilaterale

L’esemplare immortalato in Pennsylvania ha una colorazione a metà strada tra il maschio e la femmina perché è esattamente di questo che si tratta, un uccello sia maschio che femmina, con caratteri maschili in metà del corpo e caratteri femminili nell’altra. Non si tratta di ermafroditismo, ma di un’altra condizione genetica chiamata ginandromorfismo bilaterale. È stata documentata in diversi animali come insetti, uccelli, crostacei ma non nei mammiferi. In parole semplici, questo uccello contiene più set di DNA, legati al coinvolgimento di quattro gameti (due spermatozoi e due ovuli). Gli ovuli fecondati separatamente si sono uniti e hanno dato vita a uno zigote, che rappresenta la “fusione” di due gemelli. Se questi gemelli sono maschio e femmina, originano un esemplare come il cardinale rosso fotografato ad Erie. Nei mammiferi possono manifestarsi diverse mutazioni sessuali, ma non il ginandromorfismo bilaterale poiché vi è l’azione degli ormoni sessuali a impedire che ciò accada.

Coppia felice. Il cardinale rosso fotografato dai Caldwell non è il primo osservato in questa condizione; una decina di anni fa fu documentato un altro caso da un ornitologo dell’Università dell’Illinois Occidentale, il professor Brian Peer. Ma c’è una netta differenza fra i due. Se quello osservato anni fa conduceva una vita solitaria, quello appena fotografato è stato visto in compagnia di un maschio, col quale interagiva col canto. Poiché le femmine di cardinale rosso hanno una sola ovaia funzionale, proprio quella sinistra, gli scienziati non escludono possa deporre uova e dar vita a prole feconda.

Femmina di cardinale rosso. Credit: Dhanakin foto: Femmina di cardinale rosso. Credit: Dhanak

Al di là degli affascinanti risvolti scientifici, l’incontro con questo incredibile uccello ha regalato un’emozione unica e indescrivibile alla fortunatissima coppia americana di birdwatchers.

Fonte: Questo bellissimo uccello è metà maschio e metà femmina: cos’è il ginandromorfismo bilaterale

Dove si ‘nasconde’ InSight? Le foto del lander della NASA sulla pianura di lava marziana

Dove si ‘nasconde’ InSight? Le foto del lander della NASA sulla pianura di lava marziana
in foto: Il veicolo spaziale InSight della NASA, lo scudo termico e il suo paracadute immortalati il 6 e 11 dicembre dalla telecamera HiRISE a bordo della Mars Reconnaissance Orbiter della NASA. Credits: NASA/JPL–Caltech/University of Arizona

Hirise ha scattato alcune foto ad InSight, il lander della NASA che ha il compito di svelarci i segreti di Marte, e le ha inviate alla Terra così da mostrarci cosa sta accadendo sul Pianeta Rosso. Gli esperti ci fanno sapere di essere riusciti ad individuare la posizione esatta del lander grazie a questi scatti realizzati con la potente fotocamera a bordo della sonda Nasa Mars Reconnaissance Orbiter (Mro). Nello specifico si tratta di tre immagini che risalgono al 6 dicembre e all’11 dicembre appena passati.

Gli scatti dall’alto. Quello che possiamo vedere sono il lander, lo scudo termico e il paracadute che si trovano a circa 300 metri di distanza l’uno dall’altro nella zona sabbiosa di Elysium Planitia, come appunto previsto per l’atterraggio. Il verde acqua che vediamo non è reale, ma si tratta di luce riflessa dalle superfici che rendono il colore saturo. Il terreno intorno al lander appare scuro, per il punto di impatto al termine della discesa. Osservando la forma a farfalla possiamo invece distinguere i pannelli solari.

Il lander InSight della NASA sulla superficie di Marte fotografato dalla telecamera HiRISE a bordo della Mars Reconnaissance Orbiter della NASA. Credits: NASA/JPL–Caltech/University of Arizonain foto: Il lander InSight della NASA sulla superficie di Marte fotografato dalla telecamera HiRISE a bordo della Mars Reconnaissance Orbiter della NASA. Credits: NASA/JPL–Caltech/University of Arizona

Il primo ‘selfie’ di InSight. Nei giorni scorsi abbiamo invece potuto osservare il primo ‘selfie‘ scattato dal lander, si tratta di una composizione di undici fotografie scattate dal braccio robotico di InSight e ci permette di vedere i due pannelli solari aperti, utili per dargli energie, e il resto della strumentazione scientifica.

Paracadute di InSight della NASA sulla superficie di Marte fotografato dalla telecamera HiRISE a bordo della Mars Reconnaissance Orbiter della NASA. Credits: NASA/JPL–Caltech/University of Arizonain foto: Paracadute di InSight della NASA sulla superficie di Marte fotografato dalla telecamera HiRISE a bordo della Mars Reconnaissance Orbiter della NASA. Credits: NASA/JPL–Caltech/University of Arizona

A cosa serve InSight. La missione del lander InSight è quella di studiare l’interno del Pianeta rosso attraverso una regione vulcanica vicino all’equatore, un’area geologicamente attiva in cui le colate più recenti risalgono a qualche milioni di di anni fa. Per ora sappiamo che il terreno del cratere Elysium Planitia è migliore di quando si aspettassero i ricercatori della NASA, è privo di rocce, è piano e questo agevolerà il lavoro di InSight, o meglio ancora dei suoi strumenti scientifici. Non ci resta che attendere nuovi aggiornamenti per saperne di più di questa missione tanto attesa.

Scudo termico di InSight della NASA sulla superficie di Marte fotografato dalla telecamera HiRISE a bordo della Mars Reconnaissance Orbiter della NASA. Credits: NASA/JPL–Caltech/University of Arizonain foto: Scudo termico di InSight della NASA sulla superficie di Marte fotografato dalla telecamera HiRISE a bordo della Mars Reconnaissance Orbiter della NASA. Credits: NASA/JPL–Caltech/University of Arizona

Fonte: Dove si ‘nasconde’ InSight? Le foto del lander della NASA sulla pianura di lava marziana

Perché prendiamo e diamo la scossa ogni volta che tocchiamo qualcosa e come smettere

Perché prendiamo e diamo la scossa ogni volta che tocchiamo qualcosa e come smettere

Sei seduto alla scrivania, una persona che non conosci si avvicina, ti alzi, le porgi la mano e quando vi toccate prendi la scossa? Oppure ti avvicini al tuo cane per accarezzarlo e appena lo tocchi prendi la scossa? O ancora appena ti tocchi i capelli per aggiustarli prendi la scossa? Gli esempi sono tantissimi, ma il concetto è chiaro a tutti: con l’arrivo dell’inverno aumentano le volte in cui ‘incomprensibilmente’ prendiamo la scossa dagli oggetti e dalle persone che tocchiamo, ma come mai? È tutta colpa dell’elettricità statica, vediamo di cosa si tratta, perché accade spesso durante l’inverno e come possiamo smettere di prendere la scossa.

Elettricità statica, cos’è. L’elettricità statica è formata dalla carica elettrica dei materiali, che si forma quando questi frizionano tra loro e sono entrambi isolanti (provate ad avvicinare i vostri capelli ad un palloncino e li vedrete ‘alzarsi’): in questo caso in pratica un oggetto perde alcuni elettroni, avendo quindi una carica positiva, mentre l’altro perde dei protoni, avendo dunque una carica negativa. Visto che però nell’Universo c’è la stessa quantità di carica elettrica negativa e positiva, per riequilibrare il tutto, quando tocchiamo un materiale conduttore, parte dell’elettricità ‘in avanzo’ si scarica, ma non sempre sentiamo la scossa. Se i materiali sono in grado di condurre l’elettricità, le cariche si dissiperanno e ricombineranno senza che ce ne accorgiamo. Se però le cariche si separano più velocemente di quanto il materiale riesca a dissiparne, la quantità di carica elettrostatica si accumula e quando si scarica, toccando un materiale conduttore (per esempio la maniglia di una porta) sentiamo la scossa.

Elettricità StaticaCredit Giphyin foto: Elettricità Statica
Credit Giphy

D’inverno è pure peggio. Questa scossa è più frequente d’inverno, ma perché? Durante l’inverno il clima è più freddo e secco, questo significa che si produce meno vapore acqueo, che aiuta a condurre l’elettricità più facilmente e a dissipare la carica dal nostro corpo: in pratica d’inverno la carica elettrica resta ‘bloccata’ dall’aria secca. A questo vanno aggiunti i materiali di cui sono composti i vestiti che indossiamo durante la stagione fredda: come la lana o altri composti da fibre sintetiche, che con lo sfregamento accumulano carica elettrica.

Come evitare di prendere la scossa. Esistono diverse strategie che possiamo mettere in pratica per ridurre il rischio scossa:

  • il principale consiglio è quello di umidificare l’ambiente in cui ci troviamo, in questo modo, grazie all’umidità, l’energia si dissipa dal nostro corpo più velocemente e non accumulandosi non scarica quando tocchiamo, appunto, una maniglia, o qualsiasi altro oggetto o persona ‘conduttore’
  • per quanto riguarda i tappeti, per esempio, possiamo trattarli con un prodotto antistatico
  • è inoltre consigliato l’utilizzo di creme idratanti per il viso, sempre perché la pelle più secca, così come per i capelli secchi, agevola la ‘scossa’ per i motivi sopra descritti
  • da non dimenticare, la suola delle scarpe, che nella maggior parte dei casi è di plastica isolante: anche quando camminiamo infatti lo strofinamento implica questo passaggio di cariche e il ‘bisogno’ di scaricare attraverso la scossa
  • se tutti questi consigli non dovessero bastarvi, provate ad attendere sempre qualche secondo tra i momento in cui, ad esempio, vi alzate dal divano o dalla scrivania e quello in cui andate ad aprire la porta o stringere una mano, lo stesso vale per i capelli, invece di toccarli, è meglio lasciare loro il tempo di dissipare l’energia nell’aria.

Ma perché alcuni prendono e danno più scosse di altri? Noi percepiamo la scossa quando la scarica di elettricità statica è compresa tra i 2.000 e i 4.000 V, questo significa che ognuno ha la proprio sensibilità. Inoltre, ogni persona accumula e produce elettricità statica in quantità differenti, a causa del modo di camminare (quindi se una persona striscia più o meno i piedi per terra) e dal materiale dell’abbigliamento.

Fonte: Perché prendiamo e diamo la scossa ogni volta che tocchiamo qualcosa e come smettere

Perché prendiamo e diamo la scossa ogni volta che tocchiamo qualcosa e come smettere

Perché prendiamo e diamo la scossa ogni volta che tocchiamo qualcosa e come smettere

Sei seduto alla scrivania, una persona che non conosci si avvicina, ti alzi, le porgi la mano e quando vi toccate prendi la scossa? Oppure ti avvicini al tuo cane per accarezzarlo e appena lo tocchi prendi la scossa? O ancora appena ti tocchi i capelli per aggiustarli prendi la scossa? Gli esempi sono tantissimi, ma il concetto è chiaro a tutti: con l’arrivo dell’inverno aumentano le volte in cui ‘incomprensibilmente’ prendiamo la scossa dagli oggetti e dalle persone che tocchiamo, ma come mai? È tutta colpa dell’elettricità statica, vediamo di cosa si tratta, perché accade spesso durante l’inverno e come possiamo smettere di prendere la scossa.

Elettricità statica, cos’è. L’elettricità statica è formata dalla carica elettrica dei materiali, che si forma quando questi frizionano tra loro e sono entrambi isolanti (provate ad avvicinare i vostri capelli ad un palloncino e li vedrete ‘alzarsi’): in questo caso in pratica un oggetto perde alcuni elettroni, avendo quindi una carica positiva, mentre l’altro perde dei protoni, avendo dunque una carica negativa. Visto che però nell’Universo c’è la stessa quantità di carica elettrica negativa e positiva, per riequilibrare il tutto, quando tocchiamo un materiale conduttore, parte dell’elettricità ‘in avanzo’ si scarica, ma non sempre sentiamo la scossa. Se i materiali sono in grado di condurre l’elettricità, le cariche si dissiperanno e ricombineranno senza che ce ne accorgiamo. Se però le cariche si separano più velocemente di quanto il materiale riesca a dissiparne, la quantità di carica elettrostatica si accumula e quando si scarica, toccando un materiale conduttore (per esempio la maniglia di una porta) sentiamo la scossa.

Elettricità StaticaCredit Giphyin foto: Elettricità Statica
Credit Giphy

D’inverno è pure peggio. Questa scossa è più frequente d’inverno, ma perché? Durante l’inverno il clima è più freddo e secco, questo significa che si produce meno vapore acqueo, che aiuta a condurre l’elettricità più facilmente e a dissipare la carica dal nostro corpo: in pratica d’inverno la carica elettrica resta ‘bloccata’ dall’aria secca. A questo vanno aggiunti i materiali di cui sono composti i vestiti che indossiamo durante la stagione fredda: come la lana o altri composti da fibre sintetiche, che con lo sfregamento accumulano carica elettrica.

Come evitare di prendere la scossa. Esistono diverse strategie che possiamo mettere in pratica per ridurre il rischio scossa:

  • il principale consiglio è quello di umidificare l’ambiente in cui ci troviamo, in questo modo, grazie all’umidità, l’energia si dissipa dal nostro corpo più velocemente e non accumulandosi non scarica quando tocchiamo, appunto, una maniglia, o qualsiasi altro oggetto o persona ‘conduttore’
  • per quanto riguarda i tappeti, per esempio, possiamo trattarli con un prodotto antistatico
  • è inoltre consigliato l’utilizzo di creme idratanti per il viso, sempre perché la pelle più secca, così come per i capelli secchi, agevola la ‘scossa’ per i motivi sopra descritti
  • da non dimenticare, la suola delle scarpe, che nella maggior parte dei casi è di plastica isolante: anche quando camminiamo infatti lo strofinamento implica questo passaggio di cariche e il ‘bisogno’ di scaricare attraverso la scossa
  • se tutti questi consigli non dovessero bastarvi, provate ad attendere sempre qualche secondo tra i momento in cui, ad esempio, vi alzate dal divano o dalla scrivania e quello in cui andate ad aprire la porta o stringere una mano, lo stesso vale per i capelli, invece di toccarli, è meglio lasciare loro il tempo di dissipare l’energia nell’aria.

Ma perché alcuni prendono e danno più scosse di altri? Noi percepiamo la scossa quando la scarica di elettricità statica è compresa tra i 2.000 e i 4.000 V, questo significa che ognuno ha la proprio sensibilità. Inoltre, ogni persona accumula e produce elettricità statica in quantità differenti, a causa del modo di camminare (quindi se una persona striscia più o meno i piedi per terra) e dal materiale dell’abbigliamento.

Fonte: Perché prendiamo e diamo la scossa ogni volta che tocchiamo qualcosa e come smettere

Nel cuore della Terra c’è una biosfera oscura: scoperti organismi assurdi

Nel cuore della Terra c’è una biosfera oscura: scoperti organismi assurdi
in foto: Credit: Gaetan Borgonie / Extreme Life Isyensya

Nelle profondità del nostro pianeta ci sono milioni di specie di organismi sconosciute alla scienza, che assieme occupano una massa in carbonio centinaia di volte superiore a quella di tutti gli esseri umani della Terra. Si tratta di un immenso mondo perduto sotterraneo, una vera e propria “biosfera oscura”, che ha un volume superiore ai 2 miliardi di chilometri cubici, circa il doppio di quello occupato da tutti gli oceani. E come per questi ultimi, ne abbiamo solo scalfito la meravigliosa e peculiare ricchezza della biodiversità.

A suggerire le dimensioni pantagrueliche della biosfera oscura sono stati centinaia di scienziati, che negli ultimi 10 anni hanno condotto ricerche ad hoc in seno alla collaborazione Deep Carbon Observatory (DCO). I ricercatori hanno indagato su queste forme di vita in centinaia di siti di tutto il mondo, spingendosi a cercarne le tracce fino a 2,5 chilometri di profondità sotto la superficie del mare e fino a 5 chilometri sotto miniere e siti di trivellazione. Hanno trovato rappresentanti di tre regni prinicipali, ovvero batteri, archibatteri (microbi senza nucleo legato alla membrana) ed eucarioti (microbi o organismi pluricellulari con cellule). Ciò che è emerso lascia affascinati ma anche sbigottiti.

Credit: Greg Wanger / Caltech e Gordon Southam / University of Queenslandin foto: Credit: Greg Wanger / Caltech e Gordon Southam / University of Queensland

Gli scienziati, tra i quali la microbiologa Karen Lloyd dell’Università del Tennessee di Knoxville, Stati Uniti, hanno individuato specie insolite non solo dal punto di vista della forma e dell’habitat, ma anche sotto il profilo dei lunghissimi cicli di vita e del modo in cui si sostentano, catturando particelle chimiche dalle rocce che li circondano. Alcuni come l’organismo unicellulare Geogemma barossii vivono in correnti idrotermali sul fondo marino a temperature di 121 gradi centigradi, oppure a pressioni 400 volte superiori a quelle sperimentate sul fondo degli oceani. Altri possono sopravvivere per millenni, e pur essendo metabolicamente attivi risultano quasi in stasi, “con meno energia di quanto pensassimo servisse per sostenere la vita”, ha dichiarato la ricercatrice. Ciò mette in discussione anche il concetto di vita stessa.

Credit: Christine Moissl–Eichinger / Medical University of Graz, Austriain foto: Credit: Christine Moissl–Eichinger / Medical University of Graz, Austria

La sorprendente scoperta di simili organismi sul nostro pianeta ha un impatto anche sull’astrobiologia, poiché amplia considerevolmente le probabilità che la vita possa esistere anche altrove nel Sistema solare (o al di fuori di esso), magari in condizioni che fino ad oggi non ritenevamo idonee. Non è un caso che gli scienziati stimino come probabile l’esistenza di microorganismi all’interno di alcuni laghi sotterranei di Marte. I dettagli preliminari sulla “biosfera oscura” saranno presentati in seno al meeting dell’American Geophysical Union (AGU) che si tiene questa settimana, ma alcuni sono stati già pubblicati sul sito del Deep Carbon Observatory. La pubblicazione degli studi approfonditi è attesa per l’autunno del prossimo anno.

Fonte: Nel cuore della Terra c’è una biosfera oscura: scoperti organismi assurdi

Questi antichissimi utensili in pietra appena scoperti riscrivono la storia dell’essere umano

Questi antichissimi utensili in pietra appena scoperti riscrivono la storia dell’essere umano

Da un sito di scavo in Algeria, in Nord Africa, sono emersi utensili in pietra e ossa intagliate con una datazione stimata compresa tra 1,92 e 2,44 milioni di anni fa, un dettaglio che riscrive la storia evolutiva dell’essere umano. Com’è noto la culla dell’umanità è considerata l’Africa Orientale, dove circa 2,66 milioni di anni fa, nel Paleolitico inferiore, i nostri antenati iniziarono a utilizzare i primi strumenti in pietra. Il periodo di produzione di questi utensili viene definito dai paleoantropologi col nome di “Olduvaiano”, dalla Gola di Olduvai in Tanzania dove sono emersero i primi strumenti.

Credit: Shanouni et al., Sciencein foto: Credit: Shanouni et al., Science

Sino ad oggi si credeva che i primi ominidi a costruire questi utensili, probabilmente gli australopitechi o gli Homo habilis, fossero inizialmente confinati nell’Africa Orientale, e solo in un secondo momento si sarebbero spostati in altre parti dell’Africa e del resto del mondo, tramandando la propria “arte”. Del resto sono noti siti olduvaiani in Georgia e Pakistan (1,8 milioni di anni fa), in Cina (1,66 milioni di anni fa) e un altro in Algeria, risalente a 1,75 milioni di anni fa. In base a queste date e alle teorie correnti ci sarebbero voluti centinaia di milioni di anni prima di vedere utensili in pietra al di fuori dell’Africa Orientale. Ma averne trovati di nuovi risalenti a 2,44 milioni di anni fa e lontanissimi dalla “culla dell’umanità”, apre le porte a diversi scenari inediti: l’abilità di produrre strumenti, ad esempio, potrebbe essersi sviluppata prima di 2,66 milioni di anni fa, e dunque 2,44 milioni di anni fa avrebbe potuto essere già diffusa in tutta l’Africa. Oppure potrebbe essere sorta spontaneamente in diverse popolazioni di ominidi, e non trasferita da un unico abile gruppo inventore. Gli scienziati purtroppo non hanno una risposta a questi enigmi, e in questo intricato processo evolutivo potrebbero essere coinvolte anche specie di ominidi non ancora conosciute.

Credit: Shanouni et al., Sciencein foto: Credit: Shanouni et al., Science

I nuovi reperti, molto probabilmente utilizzati per andare a caccia e lavorare pelle, midollo osseo e tessuto cerebrale delle prede uccise, sono stati individuati nel sito algerino di Ain Boucherit da un team di ricerca internazionale. A guidarlo il paleoantropologo Mohamed Sahnouni, ricercatore presso l’Università dell’Indiana (Stati Uniti). La datazione tra 1,92 e 2,44 milioni di anni fa è stata ottenuta con varie tecniche, tra le quali risonanza con spin elettronico, datazione paleomagnetica e tassi di sedimentazione. Poiché i test hanno fornito risultati differenti e una “forchetta” di 500 milioni di anni risulta piuttosto ampia, le date dovranno essere confermate con ulteriori indagini. I dettagli dell’affascinante ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Science.

Fonte: Questi antichissimi utensili in pietra appena scoperti riscrivono la storia dell’essere umano

Questi antichissimi utensili in pietra appena scoperti riscrivono la storia dell’essere umano

Questi antichissimi utensili in pietra appena scoperti riscrivono la storia dell’essere umano

Da un sito di scavo in Algeria, in Nord Africa, sono emersi utensili in pietra e ossa intagliate con una datazione stimata compresa tra 1,92 e 2,44 milioni di anni fa, un dettaglio che riscrive la storia evolutiva dell’essere umano. Com’è noto la culla dell’umanità è considerata l’Africa Orientale, dove circa 2,66 milioni di anni fa, nel Paleolitico inferiore, i nostri antenati iniziarono a utilizzare i primi strumenti in pietra. Il periodo di produzione di questi utensili viene definito dai paleoantropologi col nome di “Olduvaiano”, dalla Gola di Olduvai in Tanzania dove sono emersero i primi strumenti.

Credit: Shanouni et al., Sciencein foto: Credit: Shanouni et al., Science

Sino ad oggi si credeva che i primi ominidi a costruire questi utensili, probabilmente gli australopitechi o gli Homo habilis, fossero inizialmente confinati nell’Africa Orientale, e solo in un secondo momento si sarebbero spostati in altre parti dell’Africa e del resto del mondo, tramandando la propria “arte”. Del resto sono noti siti olduvaiani in Georgia e Pakistan (1,8 milioni di anni fa), in Cina (1,66 milioni di anni fa) e un altro in Algeria, risalente a 1,75 milioni di anni fa. In base a queste date e alle teorie correnti ci sarebbero voluti centinaia di milioni di anni prima di vedere utensili in pietra al di fuori dell’Africa Orientale. Ma averne trovati di nuovi risalenti a 2,44 milioni di anni fa e lontanissimi dalla “culla dell’umanità”, apre le porte a diversi scenari inediti: l’abilità di produrre strumenti, ad esempio, potrebbe essersi sviluppata prima di 2,66 milioni di anni fa, e dunque 2,44 milioni di anni fa avrebbe potuto essere già diffusa in tutta l’Africa. Oppure potrebbe essere sorta spontaneamente in diverse popolazioni di ominidi, e non trasferita da un unico abile gruppo inventore. Gli scienziati purtroppo non hanno una risposta a questi enigmi, e in questo intricato processo evolutivo potrebbero essere coinvolte anche specie di ominidi non ancora conosciute.

Credit: Shanouni et al., Sciencein foto: Credit: Shanouni et al., Science

I nuovi reperti, molto probabilmente utilizzati per andare a caccia e lavorare pelle, midollo osseo e tessuto cerebrale delle prede uccise, sono stati individuati nel sito algerino di Ain Boucherit da un team di ricerca internazionale. A guidarlo il paleoantropologo Mohamed Sahnouni, ricercatore presso l’Università dell’Indiana (Stati Uniti). La datazione tra 1,92 e 2,44 milioni di anni fa è stata ottenuta con varie tecniche, tra le quali risonanza con spin elettronico, datazione paleomagnetica e tassi di sedimentazione. Poiché i test hanno fornito risultati differenti e una “forchetta” di 500 milioni di anni risulta piuttosto ampia, le date dovranno essere confermate con ulteriori indagini. I dettagli dell’affascinante ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Science.

Fonte: Questi antichissimi utensili in pietra appena scoperti riscrivono la storia dell’essere umano

Abbeveratoi in pietra: usiamoli in modo originale!

Nonostante molti di noi non abbiano questa fortuna, e abitino in un appartamento a qualche piano alto di un condominio, sono sempre di più le persone che investono nell’acquisto di una piccola casa propria, come una villetta, dotata anche di un piccolo giardino. Le dimensioni di quest’ultimo, naturalmente, non permettono certo di decidere di allevarvi cavalli o bovini; eppure, in questi giardini privati, compaiono con frequenza crescente degli abbeveratoi per animali, del tipo tradizionale costruito interamente in pietra. Perché? Ma come decorazione! Ecco alcuni dei modi in cui è possibile sfruttare con originalità questi oggetti dal sapore così antico.

Vasi per fiori

Può non essere un’idea eccessivamente innovativa – sono ormai anni che se ne fa quest’uso – ma gli abbeveratoi in pietra rappresentano dei vasi assolutamente ideali per i giardini più curati ed eleganti. Solitamente, si preferisce piantarvi fiori di dimensioni più ridotte, fra i più gradevoli alla vista delle miriadi che si seminano nei giardini, come le Fuchsie, i Crisantemi, o le apprezzatissime Viole del Pensiero. Va prestata attenzione al tipo di piante che si decide di inserire in questi vasi d’eccezione, per via dei problemi di drenaggio dell’acqua; in certi casi potrebbe essere necessario praticare degli appositi fori sul fondo dell’abbeveratoio.

Vasche per pesci

Dopotutto, lo scopo originale di un abbeveratoio era proprio quello di contenere acqua, e non c’è dunque da stupirsi se spesso è proprio per questo utilizzo che vengono inseriti nei giardini – con l’aggiunta a scopo decorativo di qualche decina di pesci ornamentali. Ovviamente sarà necessario prevedere una qualche forma di dispositivo per immettere ossigeno nella vasca, che si tratti di una pompa elettrica come negli acquari o di una cascatella, forse più adatta all’atmosfera estetica generale; per quanto riguarda la scelta dei pesci, un qualsiasi acquario ci saprà indicare le specie più adatte e resistenti.

Come oggetti funzionali

Perché, infine, non ridurre al minimo l’alterazione dello scopo di questi oggetti, per non snaturarli, e utilizzarli ad esempio come vasca per una pompa dell’acqua? Se sceglieremo un modello a leva, di sapore antico e aspetto tradizionale, l’effetto che farà quando completata da una di queste solide vasche in pietra sarà sicuramente un successo estetico, e darà un tono di grande classe ed eleganza al nostro piccolo giardino domestico – tutt’altro risultato rispetto ad un banalissimo barile di plastica o metallo!

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